Per antonomasia, il software Linux è la madre di tutte le pratiche di condivisione da pari a pari, l'espressione classica dello spirito hacker; ma in ambito telematico vi sono altri territori, ancora poco battuti dalla maggior parte dei naviganti, dove l'etica hacker si sta sviluppando velocemente nei suoi aspetti dello scambio, dell'aiuto reciproco e delle migliorie implementate. Questi sono versanti della rete, molto caldi e discussi, soprattutto per ciò che riguarda i problemi della censura e dell'accesso all'informazione: stiamo parlando della ricerca e della visibilità, dell'usabilità e accessibilità delle informazioni in Internet.
Ci riferiamo in particolare al ruolo che i motori di ricerca stanno assumendo, sempre più con vigore, - pur nella maggior parte dei casi "involontariamente" - nella censura dell'informazione in rete. I limiti che hanno, infatti, questi pur potenti indicizzatori di siti nello scegliere quale fetta di rete sondare per arricchire il proprio database, ma soprattutto i criteri impiegati nel presentare i risultati di una ricerca come risposta ad una precisa query (interrogazione) dell'utente, rappresentano attualmente il collo di bottiglia più incisivo nell'approcciarsi al mare sconfinato dell'informazione che si trova in Internet. Chi non è in cima al top-ranking, di fatto non esiste, o emerge con enormi difficoltà.
Un filtro necessario, a detta di molti, ma dopo il tentativo di fare una black list di siti da parte dell'edizione italiana di Altavista, le pressioni delle ferrovie tedesche e di Scientology nel non far apparire in maniera troppo evidente dei link scomodi politicamente su Google ed altri casi analoghi registratisi ultimamente, non possiamo che confermare la nostra tesi di qualche anno fa per cui i motori di ricerca, per propri limiti tecnologici ed a volta per scelta redazionale, possono rappresentare una poco appariscente (forse perché subdola) ma micidiale forma di censura all'informazione in rete. E ciò si verifica non solo non includendo alcuni siti nel proprio database, ma soprattutto scegliendo di far apparire siti scomodi in fondo ai risultati di una ricerca. Chi è scomodo rifluisce nella Deep Internet e nell'oblio.
Altro problema scottante, anche se sfugge ad una lettura superficiale della rete, è quello della necessità di creare pagine e siti accessibili. Per pagina accessibile intendiamo una pagina che sia accessibile da qualsiasi persona indipendentemente dalle sue caratteristiche fisiologiche, dalle caratteristiche del software ed hardware utilizzato e dall'ampiezza di banda della sua connessione. Un problema etico, anche questo sentito profondamente dalla comunità hacker, che si è sempre distinta nel cercare di frenare l'azione monopolista di gruppi, quali Microsoft, che tendono a rendere la rete visibile solo attraverso la gamma dei suoi prodotti proprietari. Sta diventando un problema sempre più pressante da un punto di vista sociale - vista la diffusione di Internet in generale ed in particolare fra categorie di utenti con disabilità - quello di realizzare viceversa interfacce e siti Web in grado di esprimere tutte le proprie potenzialità comunicative e che siano
intelleggibili, al tempo stesso, sia dal trentenne super accessoriato tecnologicamente ma anche dall'anziano con problemi cognitivi o di vista, dal disabile con problemi di utilizzo del mouse, dalla persona cieca (che necessariamente si avvantaggia di speciali ausili che leggono a voce o tramite Braille lo schermo di un PC), dallo studente africano che si collega attraverso una connessione estremamente lenta o tramite software non proprio alla moda. Una forma di inaccessibilità all'informazione, infatti, è anche rappresenta dal Digital Divide.
È dunque su questo punto che forse si ritrova lo spirito dell'hacking della prima ora: non solo la ricerca di hack, ovvero, di trovate geniali in campo informatico, ma soprattutto la loro pubblicizzazione e condivisione sociale, con il preciso scopo di migliorare (se non rivoluzionare) lo stato di cose presenti.