La cultura hacker

La cultura hacker dalla sua nascita (MIT 1961), seguendo le evoluzioni principali (ARPAnet 1969; Xerox PARC di Palo Alto inizi anni '70; primo PC 1975; World Wide Web 1990), fino ad oggi, è stata caratterizzata da elementi propulsivi quali l'entusiasmo e la voglia di divertirsi e sperimentare.
Linus Torvalds, per spiegare il fenomeno dello spirito hacker che accompagna ed alimenta la vita del software Linux, individua tre categorie progressive riassunte nella legge di Linus: sopravvivenza, vita sociale e intrattenimento. "L'hacker è una persona che è andata al di là dell'uso del computer per sopravvivere ('Mi porto a casa la pagnotta programmando') e guarda piuttosto ai due stadi successivi. [...] Usa il computer per i propri legami sociali: l'e-mail e la rete sono mezzi bellissimi per avere una comunità. Ma per gli hacker un computer significa anche intrattenimento. Non i giochi, non le bellissime immagini sulla rete. Il computer in sé è intrattenimento".
Parlare di etica hacker significa mettere in risalto uno dei muscoli fondamentali del mondo hacker, costituito (sin dal 1991) dal software Linux. Moltissimi programmatori, spippoloni, smanettoni, hobbisti in genere, si uniscono con forte passione e motivazioni comunitarie per migliorare le qualità e potenzialità di questo strumento informatico.
Con l'esempio di Linux si può capire come l'etica hacker miri a: risolvere i problemi divertendosi, stando insieme, sfuggendo a logiche gerarchiche, ridistribuendo a tutti le competenze, conoscenze ed esperienze acquisite "socializzando saperi senza fondare potere". Infatti, l'ambiente degli hacker anche se non sfugge ad umanissime logiche di personalismi vari, obbedisce comunque ad una filosofia di ridistribuzione delle conoscenze che vede il ruolo di docente e discente scambiarsi continuamente. Il tutto all'insegna della pratica interattiva e del copyleft. Ma dietro alla passione e all'entusiasmo ludico ci sono grandi ideali e componenti sociali, politiche ed estetiche, tra cui bisogna ricordare: l'accesso totale ai computer, sui quali poter "metterci su le mani"; l'informazione libera ed accessibile; essere contro il concetto di Autorità; fare arte con il computer; utilizzare i computer per cambiare la vita in meglio.
L'etica hacker è dunque uno stile di vita, un atteggiamento, una poetica che sovente è vittima di insinuazioni, di equivoci e ingiustificate accuse, lanciate da chi vuol cucire la bocca a chi lavora per la libertà delle informazioni e per la diffusione dei saperi in rete. Troppo spesso, gli hacker sulla stampa generalista sono indicati come coloro che distruggono i sistemi informatici, clonano le carte di credito, o altre subdole insinuazioni. Tutto ciò è falso per chi crede nell'etica hacker. O meglio ancora, è necessario riassegnare a questi atteggiamenti il loro reale peso politico, tecnico e sociale scippando all'informazione mainstream una gestione spettacolare del fenomeno hacker che spesso produce più "vittime"del fenomeno stesso. Cerchiamo di approfondire...
Nonostante che atti quali la clonazione di una carta di credito o la messa in disfunzione di un sistema informatico siano più propri di ambiti comunemente intesi come criminali e teppistici (ed etichettati in gergo come cracker) è pur vero che anche ad un hacker per il piacere di sperimentare, dimostrare la propria bravura, comunicare una falla di sicurezza ecc., può capitare di duplicare o addirittura "spegnere" un manufatto digitale; ma sempre operando all'insegna del principio che l'informazione vuole essere libera e che quindi le barriere servono solo ad essere distrutte. Non bisogna poi sottovalutare il fatto che - oltre ad analizzare i diversi impulsi che possono far commettere la stessa azione (appropriazione economica, mediattivismo politico o sperimentazione tecnica ad esempio) - spesso e volentieri i media ufficiali esaltano e sopravvalutano queste imprese high-tech giusto per il bisogno di spettacolarizzare e quindi vendere più facilmente l'informazione, oltretutto legittimando giri di vite repressivi ed inasprimenti legislativi che soffocano ancor di più il già compresso diritto di espressione dell'uomo contemporaneo. Infatti, non bisogna mai dimenticare come un netstrike, un defacement, un'intrusione o quant'altro non arrecano nessun serio danno al sistema informatico (e comunque nessun danno di tipo permanente essendo i sistemi informatici, quelli seri, per definizione ripristinabili in tempo reale grazie a copie di back-up ed altri accorgimenti tecnici); mentre queste stesse azioni, che paiono così pericolosamente distruttive alla stampa nostrana, hanno peraltro effetti secondari molto rilevanti come quello di comunicare al gestore del sistema le falle di sicurezza sfruttate al momento.

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